Foligno — Una sala gremita, attenta, silenziosa nei momenti giusti. È questa l’immagine che resta della giornata che il Lions Club Foligno ha dedicato al tema della violenza di genere, sotto un titolo che è già un programma: Passi di libertà. Violenza di genere fra prevenzione e tutela — un cantiere aperto.
A rendere il convegno diverso dai molti che si celebrano ogni anno su questo tema è stata, soprattutto, la presenza numerosa dei ragazzi e delle ragazze delle scuole superiori. Vederli seduti accanto a magistrati, avvocati, medici, insegnanti e operatori dei centri antiviolenza ha dato alla giornata un significato che va oltre il programma: la prevenzione comincia da lì, dall’ascolto delle nuove generazioni e dal loro coinvolgimento diretto.
Proviamo allora a raccogliere — per loro, e con loro — sei verità scomode emerse nel corso dei lavori. Non per chiudere il discorso, ma per tenerlo aperto.
1. La legge da sola non basta
Viviamo un paradosso: il numero delle norme aumenta, i codici si inaspriscono, e tuttavia il bollettino delle vittime non si arresta. È quello che molti magistrati definiscono il rischio della “locuzione totem”: usare l’espressione “violenza di genere” come formula rituale, sperando che evochi una soluzione che il diritto, da solo, non può garantire.
La giustizia penale interviene quasi sempre dopo, quando il danno è compiuto. Se vogliamo davvero affrontare il fenomeno, dobbiamo riconoscere ciò che è: un fatto culturale profondo, in cui la norma è soltanto l’ultima — fragilissima — linea di difesa.
2. La violenza ha molti volti, anche invisibili
Non è solo un livido o uno schiaffo. È un contenitore vasto, che include forme di coercizione silenziose ma devastanti: la violenza economica, che nega l’autonomia; quella digitale, fatta di controlli ossessivi, geolocalizzazioni forzate, messaggi che non lasciano respiro; quella indiretta, dove i figli diventano strumenti per colpire l’ex partner.
Esiste anche una verità che il dibattito pubblico fatica ad accogliere: la violenza, nella sua essenza coercitiva, non conosce un genere assoluto. I dati confermano una prevalenza schiacciante di vittime donne — e questo va detto chiaramente. Ma riconoscere che la coercizione è il vero marchio del fenomeno significa difendere un principio universale: nessuno può costringere un altro essere umano ad alterare il proprio modo di vivere.
3. L’ammonimento del Questore: uno strumento che funziona
Tra gli interventi più interessanti della mattinata, quello dedicato a uno strumento di cui si parla troppo poco: l’Ammonimento del Questore. È una sorta di “cartellino giallo”, che agisce prima che la condotta degeneri in reato conclamato.
Non richiede una querela — spesso frenata dalla paura — ma una segnalazione. Non esige lo standard probatorio del processo penale, ma il fumus di una condotta molesta. Comporta il ritiro immediato delle armi e l’invio del soggetto verso percorsi di recupero. E ha un effetto deterrente reale: se l’ammonito reitera, la procedibilità diventa d’ufficio e la pena aumenta.
È prevenzione pura. E funziona.
4. Le leggi a costo zero, ovvero la crudeltà finanziaria
C’è una verità cinica, ma che va detta: molte delle nostre leggi “avanzate” contro la violenza contengono, all’ultimo articolo, una clausola che ne svuota il senso — l’invarianza di spesa. Lo Stato promette protezione, ma dichiara preventivamente che non spenderà un euro in più per attuarla.
È il “gioco delle tre carte” denunciato da più voci nel corso del convegno: fondi spostati da un capitolo all’altro, senza nuove risorse reali per i centri antiviolenza, le case rifugio, la formazione del personale. Una legge senza risorse rischia di restare una promessa tradita. E le promesse tradite, su questi temi, hanno un nome e un cognome.
5. Vittimizzazione secondaria: quando le parole feriscono ancora
La violenza non finisce con l’aggressione. Spesso ricomincia nelle aule di tribunale, nei commissariati, sulle pagine dei giornali. Domande come “com’era vestita?” o “perché non ha denunciato prima?” non sono solo errori culturali: sono violazioni che spostano la responsabilità dalla mano che colpisce al corpo che ha subito.
Il nuovo articolo 5-bis del Testo unico dei giornalisti, in vigore dal giugno 2025, prova ad arginare questa deriva, scoraggiando termini come “raptus” o “delitto passionale” — formule che trasformano una scelta criminale in una fatalità emotiva. È un passo importante, ma il vero cambiamento riguarda ciascuno di noi: il linguaggio che scegliamo, quotidianamente, costruisce o smonta muri.
6. L’origine del male è nei giocattoli (e nelle canzoni)
Per capire dove nasce la violenza, può aiutare entrare in un negozio di giocattoli. Da un lato il mondo dell’azione, della costruzione, del successo, riservato ai maschi. Dall’altro le culle, gli aspirapolveri rosa, i ferri da stiro in miniatura — la “cura forzata” imposta alle bambine fin dalla nascita.
Ma il danno maggiore lo subiscono, paradossalmente, i ragazzi: a loro viene negato il diritto alla fragilità. La “pacchetta virile” sulla spalla diventa l’unico contatto fisico ammesso fra maschi, un gesto che sostituisce l’abbraccio e inibisce l’espressione della tristezza. Se cresci in un mondo dove la rabbia è l’unica emozione legittima — e dove certa musica normalizza il possesso — diventa difficile, da adulto, gestire un no.
La vera prevenzione non nasce dal Codice Penale. Nasce dalla decostruzione di questi stereotipi, che castrano l’emotività maschile e la trasformano in prevaricazione.
Il senso clinico: curare significa restituire un cammino
La sessione conclusiva del convegno, dedicata alla presa in carico clinica e al percorso riabilitativo, ha messo in fila i tre presidi della rete sanitaria: il Codice Rosa, prima porta d’accesso in ospedale; l’ascolto psicologico, cura silenziosa che passa dalle parole; il supporto psichiatrico, quando il trauma scava più a fondo e diventa malattia.
Tre sguardi diversi, un’unica direzione: nessuna donna deve attraversare questa strada da sola. La violenza lascia ferite che la medicina ha imparato a riconoscere come complesse, perché toccano insieme il corpo, la mente, le relazioni, la biografia. Per questo serve una rete — sanitaria, sociale, culturale, educativa.
Oltre lo “state calmi”
La storia della lotta alla violenza è segnata da resistenze istituzionali. Il magistrato che ha aperto la giornata ha ricordato un monito ricevuto da giovane, negli anni Ottanta, dai propri superiori: “State calmi”. Quel desiderio di inerzia vive ancora oggi, ogni volta che un fondo viene tagliato o una denuncia sottovalutata.
La giustizia evoluta non è quella che punisce con più anni di carcere. È quella che impedisce alla vittima di doversi continuare a difendere anche dopo il reato. Il futuro non è nel Codice Rosso, ma nella Rete: quella sinergia fra ospedali, avvocati, scuole, forze dell’ordine, servizi sociali, che trasforma il silenzio in voce.
E forse, alla fine, la domanda più importante non è quale nuova legge serva — ma quale peso diamo, ogni giorno, alle parole che usiamo. Ai ragazzi e alle ragazze che ieri ci ascoltavano in silenzio, il compito più bello: aiutarci a cambiare quel linguaggio. Perché i passi di libertà — quelli veri — cominciano da lì.
Un ringraziamento al Lions Club Foligno e a Katia Mascioni, responsabile del Service, per aver costruito una giornata così densa e necessaria — e per aver scelto di costruirla insieme alle scuole.




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